Scuole libertarie, scuole felici :)

Bambini, libertà e decrescita: la proposta delle scuole democratiche e libertarie

Bambini, libertà e decrescita: la proposta delle scuole democratiche e libertarie

tratto da www.decrescita.com di  

Il tema della scuola, negli scritti sulla decrescita, passa generalmente in secondo piano. Anche quando si discute di decolonizzazione dell’immaginario e di risveglio culturale, si tende a porre l’enfasi sull’influenza della pubblicità, dei media, della propaganda politica ed economica. Eppure la scuola, insieme alla famiglia, è ancora oggi un elemento centrale nella formazione degli individui. Tutti devono passarci, nessuno escluso: essa rappresenta lo spazio di socialità per eccellenza dei bambini, nonché la fonte principale delle loro preoccupazioni e delle loro conquiste.

Quando parliamo di scuola abbiamo tutti in mente degli elementi ben precisi i quali, uniti, costituiscono il modello scolastico occidentale, considerato da più parti come una tra le più grandi conquiste del secolo scorso. Nell’istruzione standardizzata e aperta a tutti si ravvisano criteri di eguaglianza, mentre nel sistema ad esami basati su valutazioni imparziali poggerebbe la tanto blasonata meritocrazia a cui tutti noi, cittadini democratici, dobbiamo un venerante rispetto. Raramente, tuttavia, se ne considerano gli effetti negativi.

Valutazioni.

Fra questi occorre innanzitutto evidenziare le logiche di competizione insite nel modello ed esasperate da un sistema di valutazioni univoco e inappellabile, basato su premi (voti positivi) e punizioni (voti negativi, ma anche note sul registro e strigliate verbali), che non lascia spazio a dinamiche di cooperazione fra gli alunni in quanto controproducenti a livello individuale (ognuno lavora per sé, e se aiuta un altro a prendere un voto più altro il suo avrà di conseguenza meno risalto). Un tale modello sposta l’attenzione degli studenti dal processo d’apprendimento in sé al premio finale, dallo studio per lo studio allo studio per il voto, finendo col far perdere interesse per l’oggetto dell’apprendimento in se stesso. Ve ne potete rendere facilmente conto prendendo un autobus in una qualsiasi città italiana negli orari di uscita dalle scuole. Le domande che sentirete gli studenti porsi avranno più o meno tutte lo stesso tenore: “quanto hai in mate?”, “quanto hai preso in storia?”; di rado udirete invece domande quali “sei capace di risolvere un’equazione quadratica?” o “cosa ne pensi del sacco di Roma”. La stigmatizzazione di chi ottiene valutazioni inferiori (e talvolta anche di chi ne ottiene di elevate) è un’altra conseguenza diretta e naturale di questo tipo di approccio all’insegnamento. Competizione e individualismo vengono premiati fin dalla più tenera età, ergendosi a capisaldi della vita scolastica quotidiana.

Programmi standardizzati.

La presenza di curriculum standardizzati alle superiori e addirittura di un unico curriculum (con lievi variazioni da scuola a scuola) per medie ed elementari è un altro elemento affatto privo di conseguenze. Esso conduce ad un’omologazione delle conoscenze fra i discenti e, in nome di un supposto eguale diritto allo studio, priva questi ultimi di qualsivoglia facoltà di scelta circa le materie da studiare, escludendo numerose branche del sapere e priviligiandone altre. Così ad esempio la letteratura italiana si studia fino alla noia alle elementari, alle medie e alle superiori, mentre le nozioni più basilari di economia o di storia del cinema (solo per citare due esempi) non sono di solito nemmeno prese in considerazione dai programmi ministeriali. Perfino in materie sovratrattate come l’italiano alcuni autori vengono fatti studiare fino allo sfinimento, mentre altri sono solamente accennati o addirittura taciuti. Si giunge in tal modo al paradosso di bambini e ragazzi che, provando forti interessi per materie di studio non convenzionali, sono invece portati a studiarne altre coattivamente e con scarso profitto (è più difficile studiare qualcosa che non interessa), mentre coloro i quali sono interessati alla letteratura italiana – o alla matematica, o alla storia – otterranno risultati migliori con relativa facilità. La realtà è che si tratta di due studenti con differenti interessi, mentre verranno giudicati dagli insegnanti, dai genitori e dalla società come individui più o meno portati per lo studio.

E tuttavia sarebbe miope non ravvisare che il problema di fondo insito nell’omologazione dei programmi è un altro. Lo dirò chiaramente e senza troppi giri di parole: l’imposizione di programmi non personalizzabili e calati dall’alto prescindendo dagli interessi personali dei singoli studenti, conduce inevitabilmente al prosciugamento dell’interesse. La spontanea curiosità del bambini viene meno quando non è lasciata loro la possibilità di porre domande ed ottenere risposte, quando sono costretti a marcire per anni e anni all’interno di un’istituzione gerarchica, divisa rigidamente a livello temporale (anni scolastici, orari, pause che iniziano e finiscono con una campanella) e spaziale (classi divise per età), dove è obbligatorio eseguire gli ordini con una certa costanza – pena il dover ripetere un anno – e dove il diritto allo studio è un diritto vuoto, perché è un diritto a qualcosa deciso da altri, secondo criteri di altri e senza possibilità di recesso. E’ un diritto al dovere, come lo era la coscrizione obbligatoria. Per difendere la patria e la nazione la prima, per difendere la tradizione e lo status quo la seconda.

Un modello antropologico di uomo.

Ma qual’è il modello di adulto che una tale scuola mira, come istituzione, a produrre? E uso il verbo produrre di proposito, al fine di sottolineare il fatto che l’istruzione scolastica occidentale è funzionale al modello economico-sociale vigente.

All’economia, alla politica – per il quieto vivere – occorrono adulti obbedienti, colti ma di una cultura stantia, arrugginita, che credano ciecamente nelle regole stabilite (perché è stato sempre così) e che anche quando si ribellano lo facciano riportando in vita antiche ribellioni, magari un comunismo d’altri tempi urlato senza sapere bene contro chi, per ammantarsi di ideali che non si conoscono. Persone in grado di obbedire agli ordini senza porsi troppe domande, che sfoghino le proprie repressioni nel consumo; che lavorino duro per consumare di più e per riuscire a far carriera così da poter incrementare ancora e ancora i propri consumi. E l’economia gira, ed è prosperità, e tutti sono felici nella propria gabbia d’oro – o d’argento, o di bronzo – perché sono liberi di scegliere, anche se quasi nessuno lo fa mai. Del resto la scuola ha insegnato loro che l’obbedienza alle norme costituite premia, permette di ottenere buoni risultati, di essere giudicati bene dagli altri, al contrario del pensiero critico.

Il senso di responsabilità che la scuola trasmette è un senso di responsabilità passivo, che si esaurisce nel fare quello che ci viene detto senza discutere, nel consegnare i compiti assegnati in orario, ben ordinati e compilati. Non vi è responsabilità per le scelte fatte, perché a scuola non sono gli studenti a scegliere. E allora all’autodisciplina si sostituisce la disciplina, e la convinzione che i bambini vadano spinti con la forza nella giusta direzione, perché altrimenti si perderebbero o farebbero chissà quale follia (magari giocherebbero… non sia mai!), è radicata profondamente nella mente degli adulti.

Qualcuno adesso dirà: “ma se non li formassimo per far si che ottengano un buon lavoro e un buono stipendio faremmo solo loro del male! I bambini non sanno cos’è meglio per loro!”. Siamo sicuri di saperlo noi, invece? Davvero siamo a tal punto persuasi che un lavoro remunerativo e un portafogli pieno siano la cosa migliore? Che per ottenerli si possano sacrificare senza pensarci anni di vita in una classe, e poi otto ore al giorno per il resto della nostra vita? Non sarebbe meglio realizzare qualcosa di creativo, gratificante, anche se sottopagato? Non sarebbe meglio lavorare tre ore al giorno invece che otto, e andare in giro in bicicletta invece che in auto? Non sarebbe meglio sacrificare l’avere anziché l’essere?

Non è filosofia, ma un invito a riflettere sul nostro attuale stile di vita. Ci consideriamo liberi di scegliere, ma siamo schiavi delle cose che potremmo possedere. Lo siamo a tal punto da obbligare i nostri figli a studiare per anni e anni solo per permettergli di avere una macchina lussuosa e una casa con giardino. La maggior parte di loro, per quanto ci sforziamo, finirà per ottenere un lavoro da impiegato e vivrà in un appartamento di periferia, ma vale la pena di tentare, c’è sempre speranza!

Non intendo sostenere naturalmente che bisognerebbe impedire ai nostri figli di vivere le proprie vite da consumatori, che bisognerebbe fare di loro degli eremiti. Dico solo che andrebbero loro concessi gli strumenti per vivere altrimenti. E’ necessario concedere ai giovani la possibilità di scegliere in modo autonomo cosa vogliano essere, permettendo loro di agire di conseguenza, seguendo le proprie inclinazioni. Non tutti diventeranno manager di multinazionali, perché non tutti sono portati a farlo e – incredibile ma vero – non tutti lo vogliono.

Ad alcuni bambini piace costruire le cose: diventeranno degli ottimi architetti, o degli ottimi muratori o ingegneri. Fare il muratore non è affatto un fallimento per uno che voglia farlo, a meno che in una società i muratori vengano visti come persone di serie B. A meno che i muratori non facciano i muratori perché hanno fallito nel tentativo di diventare a tutti i costi dei manager.

Utopia.

E’ questa la parola, a caratteri maiuscoli, che spiccava come primo commento di un mio articolo di qualche tempo fa dove parlavo di queste cose. Il commento finiva lì, una sola parola a bollare un’idea troppo estrema, troppo in antitesi con il nostro modo di pensare. Assurdo permettere ai bambini di decidere autonomamente cosa studiare e quando farlo, o di non farlo affatto. Permettere loro di decidere tutti insieme e con gli insegnanti le regole della scuola. Assurdo non valutare giorno per giorno le loro prestazioni attraverso dei numeri. Assurda una scuola aperta all’arte, alla creatività; una scuola dove si possa giocare!

Eppure, nonostante tutto, mi sento di dire con forza che non si tratta di un’utopia. Non solo una scuola di questo tipo è possibile: esiste già, e da molto tempo.

Scuole libertarie, scuole democratiche.

Si chiamano scuole libertarie, o democratiche (a seconda dell’enfasi maggiore che si vuole conferire all’uno o all’altro dei componenti che ne sono alla base: la libertà e la partecipazione) e sono oramai diffuse in molti paesi del mondo, Italia inclusa. Sebbene possano differire sensibilmente fra loro, in quanto a struttura e pratiche, tre elementi le accomunano tutte:

1) L’assenza di voti.

I bambini semplicemente non vengono giudicati per le loro conoscenze. Non vi sono né verifiche né esami né interrogazioni (sacrilegio!). La cosa sorprendente è che molto spesso in assenza di questi elementi i bambini apprendono più velocemente, fanno più domande quando non capiscono qualcosa (poiché non hanno paura di essere giudicati per questo) e instaurano fra loro meccanismi di cooperazione finalizzati all’apprendimento e non ai feedback dell’insegnante (copiare diventa una pratica priva di senso).

2) L’assenza dell’obbligo di frequenza delle lezioni e la possibilità di scegliere quali lezioni frequentare.

I bambini che si trovano in classe in una scuola libertaria sono lì perché vogliono esserci, dunque quando ci sono seguono con attenzione, cercano di apprendere il più possibile e partecipano più attivamente dei bambini che frequentano una scuola tradizionale. Se vogliono possono non andare affatto a lezione, scegliendo di giocare o fare altro (ad esempio leggere qualcosa che stimola il loro interesse). In certe scuole alcune lezioni (di solito quelle riguardanti argomenti giudicati essenziali quali leggere e scrivere, o l’aritmentica di base) hanno carattere obbligatorio, in altre perfino queste sono facoltative. Nel secondo caso, l’esperienza insegna che la grande maggioranza dei bambini sceglie di frequentarle comunque.

3) Assemblea generale.

In un certo senso il cuore pulsante di ogni scuola democratica. Si tratta di un organo assembleare al quale partecipano tutti i membri della scuola, ovvero studenti, insegnanti e (ma non sempre) genitori. Ogni individuo ha un voto, dunque il voto di un insegnante vale come quello di un bambino. L’assemblea si occupa di promulgare, revisionare e cassare le regole della scuola, sottoponendo a votazione le proposte originate dai suoi membri sulla base di principi maggioritari di varia natura (di solito lo standard è la maggioranza semplice). Una volta che una regola è stata approvata dall’assemblea tutti, senza eccezioni, sono tenuti a rispettarla, pena una sanzione (di solito decisa dall’assemblea stessa). In questo modo ogni bambino si sente maggiormente responsabile delle proprie azioni, poiché le regole che è tenuto a rispettare non sono calate dall’alto ma sono state elaborate con il suo contributo e approvate con il suo consenso.

Lo scopo della scuola è la felicità.

Detto così potrebbe suonare strano o banale. Naturalmente lo sviluppo umano dei bambini, dal punto di vista emotivo (fiducia in se stessi, socialità ecc.) e intellettuale (cultura, senso critico, creatività) resta lo scopo più tangibile di una scuola libertaria, e spesso rappresenta anche l’intento manifesto delle scuole tradizionali (sebbene nei fatti poi le cose siano molto diverse). Quello che cambia è il fine di lungo periodo e l’ideale a cui quest’ultimo fa riferimento. Nel caso di una scuola tradizionale si tratta dell’inserimento nella società, possibilmente in una posizione rispettata e ben remunerata. Quello di una scuola libertaria è far sì che i bambini siano felici, e metterli in condizione di divenire adulti altrettanto felici. A questo fine non conta riuscire a occupare una posizione di prestigio, quanto realizzare se stessi seguendo la propria strada. Non la strada che altri ritengono una buona strada, non ciò che da altri è considerato un buon lavoro, ma ciò che il bambino vuole fare. In altre parole, fornire a ognuno gli strumenti per sviluppare le proprie peculiari capacità secondo i propri desideri. Agli insegnanti, in questa prospettiva, è assegnato il compito di aiutare gli allievi a trovare il proprio percorso e a seguirlo e non, come accade nelle scuole tradizionali, di spingerli a imboccarne uno precostituito e giudicato migliore per loro dalla società.

Una società felice inizia con dei bambini felici.

Mi piace pensare alle società della decrescita come a società della crescita umana. Società libere dove ognuno possa seguire le proprie inclinazioni con calma, senza subire pressioni per arrivare a essere qualcuno, per riuscire a comprarsi una felicità. Potrebbe apparire folle l’idea di estendere questa libertà ai bambini. Io ritengo, al contrario, che quando riusciremo a sostituire l’aggettivo folle con l’aggettivo necessario avremo compiuto un passo enorme nella direzione di una società più serena. Bambini educati a essere liberi di seguire i propri tempi diverranno adulti più calmi, più sicuri e più sociali. Solo in questo modo sarà possibile sostituire la retorica e la pratica della competizione con la retorica e la pratica della cooperazione. La cooperazione volontaria, basata sul rispetto della libertà degli altri.
Il fatto che molte persone giudichino proposte come questa utopiche non è affatto indice della loro irrealizzabilità, quanto della scarsa lungimiranza a cui ci ha abituati un’istruzione da automi, che ci ha trasmesso una visione della storia lineare e inesorabile. Ma le cose stanno lentamente cambiando. L’ideale di una scuola più libera, veicolato delle scuole democratiche di tutto il mondo, si sta espandendo, e ottiene sempre maggiori consensi anche nella vecchia Europa.

Nel 2008, ad esempio, è nata, dall’unione di diverse realtà europee, l’EUDEC, organizzazione che si pone l’obiettivo di coordinare e aiutare le scuole democratiche già attive e quelle che ancora devono nascere. Un’organizzazione simile già esiste negli Stati Uniti, e un’altra potrebbe nascere a breve in America Latina.

Conclusioni.

Non voglio dilungarmi oltre, data la lunghezza considerevole già raggiunta dall’articolo. Per chi volesse approfondire, riporto di seguito alcuni siti dove è possibile reperire maggiori informazioni a proposito dell’educazione libertaria:

Punto di riferimento importantissimo è sicuramente il sito ufficiale dell’EUDEC, consultabile all’indirizzo www.eudec.org.

Vi è poi il sito della Rete per l’Educazione Libertaria, movimento che riunisce la maggior parte delle realtà italiane: www.educazionelibertaria.org.

(In questi due siti ospitano inoltre numerosi link verso altri siti e blog riguardanti il tema dell’educazione libertaria e democratica.)

Infine, il sito ufficiale della Kiskanu, una fra le più grandi scuole democratiche italiane, con sede a Verona: www.kiskanu.org.

Ci sarebbe naturalmente molto di più da dire sull’argomento, e diversi punti importanti non sono stati nemmeno sfiorati dal presente articolo. Vi invito dunque ad approfondire sui siti segnalati e a commentare numerosi, facendomi sapere la vostra opinione. Sono consapevole che, inevitabilmente, molti sentiranno l’impulso irresistibile a scrivere una sola parola, come fece la lettrice del mio blog tempo fa: UTOPIA. A loro in particolare chiedo di approfondire, magari visionando anche i diversi documentari e interviste disponibili in rete, girati nelle scuole, e di prendere visione con i propri occhi di queste realtà. Dopo un po’ che li si osserva ci si rende conto che in effetti non c’è niente di davvero strano o artefatto: sono semplicemente dei bambini che imparano e che giocano. Molti di loro probabilmente non sanno nemmeno che c’è chi considera le loro esperienze di tutti i giorni un’utopia, e probabilmente di questa parola quasi tutti ignorano persino il significato. Probabilmente, trasferiti in una scuola elementare tradizionale, troverebbero tutto quanto molto bizzarro, e chiederebbero in tutta naturalità agli insegnanti e agli altri bambini quando si tiene la prossima assemblea, perché ci sarebbero diverse cose che andrebbero cambiate e che vorrebbero proporre. Si potrebbe allora dire che l’utopia, come la bellezza, sta negli occhi di chi guarda.

Alla prossima.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Shou Dao School

La via della tranquillità

Gruppo Germoglio

Un luogo sulla Terra per il passo dell'Eterno ...

Natura Come Amica

Verso la nascita di una vita sensibile

Amaltea

Verso la nascita di una vita sensibile

genitoricrescono.com/

per imparare insieme il mestiere di genitori

Gaia racconta...

Verso la nascita di una vita sensibile

Mira Bio

Verso la nascita di una vita sensibile

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: